La Rivoluzione Digitale

La perfezione dell’incompiuto

Queste opere si rivolgono agli uomini del nostro tempo. Indistintamente.

Per la prima volta nella mia carriere artistica, ho deciso di non parlare dell’artista Shazarahel, del suo mondo interiore e delle sue idee, ma di parlare di loro, di noi, dell’impressionante, straordinaria, affascinante trasformazione epocale che stiamo vivendo insieme.

Essendo la rivoluzione digitale un fenomeno generazionale nuovo ed ancora in corso, manca una riflessione filosofica profonda sulla sua natura e sulle conseguenze alle quali essa ci potrebbe condurre. Siamo talmente immersi in questa nuova dimensione della rete che ci riesce difficile farne un’analisi razionale distaccata ed oggettiva. 

Guardando queste opere, vorrei che i miei contemporanei si sentissero stimolati a riflettere sulle metafore recondite che si celano dietro i nuovi linguaggi virtuali. Nulla in questo mondo esiste per caso; anche il più infimo dettaglio grafico di un’interfaccia elettronica è pieno di significato.

Come avrò modo di spiegare meglio in seguito, i temi della finestra, la ricerca, lo schermo, l’impronta che riguardano il nostro rapporto con le interfacce dei dispositivi elettronici sono temi che ritroviamo nella letteratura esoterica dell’antica Kabbalah ebraica. Cosa possiamo apprendere da questa sovrapposizione di linguaggi?

Omaggio a Steve Jobs

Seppure la mia riflessione verta su diversi aspetti della rivoluzione digitale in atto, ho però voluto enfatizzare il ruolo determinante che vi ha avuto il grande Steve Jobs. Alcune opere sono un omaggio alla sua memoria, costituiscono forse il primo tentativo storico di immortalare nell’Arte il suo genio, le sue creazioni, la sua visione spirituale e profetica che ha definitivamente trasformato le nostre vite. 

La cura ossessiva del design dei prodotti associata alla qualità tecnica dei loro componenti, ponendosi come punto d’incontro fra Arte e Tecnologia, sono le caratteristiche peculiari che hanno decretato il grande successo riscosso dalla Apple. Se l’estetica artistica e il design si sono messi a servizio delle innovazioni tecnologiche di Jobs, in queste opere è invece l’Arte che immortala le conquiste della tecnologia, illuminandone la loro significazione intrinseca.

Molto è stato criticato il famoso maniacale perfezionismo che caratterizzava Steve Jobs. 

Il perfezionismo può essere una qualità oppure una patologia. Io capisco profondamente questo aspetto della personalità di Jobs, poiché anch’io sono altrettanto malata di perfezionismo, a tal punto che quando ero giovane non riuscivo mai a portare a termine un quadro, ai miei occhi mai abbastanza perfetto. Con gli anni e l’esperienza ho capito che se avessi continuato a sottomettermi a questa mania, avrei dipinto un solo quadro in tutta la mia vita senza, tuttavia, raggiungere la perfezione agognata. Ad un certo punto della mia ricerca, ho deciso di accettare l’imperfezione, di integrare l’errore sia nell’arte che nella vita, come tappa ineluttabile del processo verso la perfezione. La perfezione, fortunatamente, non viene mai raggiunta; o meglio: la perfezione artistica consiste proprio nell’armonica inclusione dell’imperfezione.

Oggi dipingo fino a quando decido che l’opera sia terminata. Tutte le mie opere sono così imperfette, incomplete. Sono consapevole che ogni mio quadro è incompiuto, l’ho interrotto pur sapendo che avrei potuto continuare a lavorarci ancora mesi e mesi per portarlo più vicino possibile alla sua perfezione. Poiché ho tante cose da dire, da comunicare e trasmettere e la vita è assai breve e il tempo a disposizione molto ristretto, ho optato per realizzare più opere, magari meno perfette, piuttosto che poche migliori. 

Pur riallacciandosi alla corrente dell’iperrealismo, queste opere se ne differenziano per alcune esclusive novità.

Lo sforzo umano di consacrare infinite ore di lavoro per riprodurre linee e forme geometriche perfette a mano libera, appare del tutto vano ed inutile in un’epoca come la nostra in cui è possibile ottenere un grado di perfezione quasi assoluta in una frazione di secondo mediante l’impiego della tecnologia.

Ma è proprio questo l’elemento che fa di queste opere un ponte fra passato e futuro: la vibrante imperfezione del lavoro manuale, che si avvale dell’uso di tecniche antiche, come pittura ad olio su tela e su tavola, comunica con la fredda ed impersonale perfezione delle opere riprodotte in serie dalle macchine, stabilendo un contatto, una comunicazione, un passaggio di sapienza fra ere diverse e distanti. Se l’arte nei prodotti Apple serve la tecnologia, qui è la tecnologia a ricevere l’ingresso nell’immortalità per merito dell’Arte. 

Dea

Impronta olio su legno, 57×71,5 cm

Quest’opera riprende la forma e le proporzioni dell’iPad, sul cui schermo sono riflesse le mani di colui che se ne serve. Lo schermo spento diventa così uno specchio opaco su cui si riflette la realtà circostante e su cui restano impresse le impronte digitali di colui che lo utilizza. Il movimento rapido delle dita sullo schermo, traccia percorsi che hanno una forma grafica. Qui vediamo che le impronte hanno tracciato la disposizione delle stelle della costellazione dell’Ariete: nell’universo tutto è collegato, connesso… il movimento degli astri, e il movimento delle nostre dita sullo schermo del nostro tablet

Il rapporto schermo ed impronta digitale sono concetti che ritroviamo nella Kabbalah luriana.

Questo quadro presenta un effetto tecnico speciale che mette in contrasto le zone opache dell’apparecchio elettronico con il lucido dello schermo vitreo.

La finestra – olio su legno, 38,4×29,7 cm

In quest’opera torna la forma dell’iPad. Sulla superficie dello schermo vediamo riflessa la finestra della stanza in cui interagisce l’utente. Il riflesso si sovrappone alla finestra all’interno dell’iPad, su cui sta avvenendo un download: è lo scaricamento progressivo di “my life”, e la durata è il tempo di vita concesso, in questo caso 102 anni, 72 giorni, 26 ore, 22 minuti, 31 secondi (queste cifre sono ghematrie importanti nella Kabbalah). 

Sovrapposizione di finestre. Sovrapposizione di interni ed esterni.

Il download diventa così una metafora del nostro passaggio in questo mondo. La nostra vita è come un documento, un file progettato da una Mente Superiore che viene gradualmente scaricato dalla rete virtuale invisibile alla realtà fisica della mondo materiale. Una volta terminata la nostra discesa, quello che abbiamo compiuto rimane nel sistema per svolgere una particolare funzione all’interno del tutto.

Tuch screen – olio su tela (40×50 cm) ed acrilico su legno (40×40 cm)

Sebbene il tuch screen non fu un’invenzione di Jobs, tuttavia dobbiamo alla Apple la creazione del multi-touch screen, la sua applicazione sistematica nei dispositivi elettronici e la creazione del famoso scrolling inerziale che permette all’utente di spostare e muovere le icone sullo schermo come fossero dotate di fisicità. Dobbiamo anche alla Apple la funzione Touch ID che riconosce le impronte digitali del possessore di un dispositivo elettronico. Le impronte digitali, che si formano nel feto al settimo mese di gravidanza e che permangono immutate nella persona fino alla sua morte, costituiscono il più potente codice di accesso al mondo, poiché ogni impronta digitale, come il DNA, è unica ed irripetibile: nessun uomo esiste, è mai esistito e mai esisterà sulla faccia della terra che abbia un’impronta digitale come la nostra. Non è possibile riprodurla o modificarla chirurgicamente. Come il fenotipo di un individuo, essa rappresenta la nostra unicità assoluta. Nella tela a sinistra vediamo Steve Jobs che punta il suo dito indice verso di noi, come se interagisse sulla superficie sullo schermo invisibile del computer all’interno del cui l’osservatore pare trovarsi.

Nella tavola a destra vediamo la sua impronta digitale realizzata mediante alcune delle sue frasi più famose scritte a mano libera: in effetti, la nostra calligrafia apporta informazioni personali alle parole che traducono il nostro pensiero. Anche la calligrafia, come l’impronta digitale, è qualcosa di unico ed inimitabile e costituisce un po’ la nostra impronta digitale, il nostro marchio, la nostra firma.

Icone – acrilico su tavola, 64×100 cm

Le icone sono immagini, spesso schematiche e sintetiche, capaci di comunicare in maniera intuitiva ed immediata concetti ed idee elaborati all’interno di codici culturali consolidati. Tutte le epoche e culture hanno elaborato le proprie icone e i propri simboli. L’era globale della cultura di massa in cui viviamo ha sviluppato una serie di icone universali, soprattutto a scopo utilitaristico e pratico, per rendere accessibile l’utilizzo dei prodotti della tecnologia a tutti. L’introduzione delle icone all’interno del computer la dobbiamo alla Apple. 

In quest’opera ho voluto rappresentare, nella loro forma più essenziale e minimalista, alcune delle icone ideate inizialmente dalla Apple che sono ormai entrate a far parte dell’immaginario collettivo dell’era corrente. Le icone qui sono rappresentate all’interno della classica griglia di applicazioni inventata dalla Apple e presto adottata da tutti gli altri computer, tablet e cellulari. Questo quadro non è statico ma interattivo: le tavolette delle singole applicazioni possono essere rimosse e spostate a piacimento. Non sono incollate alla superficie di supporto, e non ho attribuito una collocazione specifica ad alcuna di esse.

Essendo composto di 12 tavolette distinte, è possibile dare vita a ben 479.001.600 combinazioni diverse, ossia è possibile, spostando le icone, dar letteralmente vita a ben 479.001.600 versioni diverse dello stesso quadro! Ed ogni combinazione crea associazioni e dinamiche cromatiche diverse.

Question – olio su legno, 100x15x1,5 cm

Questa è la prima di una serie di opere dedicate al tema della finestra e della ricerca. Question, ossia la ricerca della Domanda.In quest’opera torna un concetto cardine della tradizione ebraica: per l’ebraismo la domanda è più importante della risposta; una risposta chiude, una domanda apre. Una risposta ci fa fermare, una domanda ci rimette in cammino. In ebraico, per definire un ebreo che torni all’osservanza dei comandamenti, si usa l’espressione hozer tshuvah, ossia “torna alla Risposta”, mentre per definire l’ebreo che abbia abbandonato l’osservanza dei comandamenti, si usa l’espressione yotze lesheelah, ossia “esce verso la Domanda”.

Search Elokim – olio su legno, 100x14x1,5 cm

In quest’opera ho rappresentato una delle finestre del web che più ci è familiare e che più di tutte raffigura ai nostri occhi l’idea stessa di ricerca: si tratta infatti della finestra del motore di ricerca Google. Questa finestra “search” è diventata lo strumento per eccellenza mediante il quale cerchiamo risposte e domande sull’esistenza, uno dei luoghi dove anche sempre più ci mettiamo alla ricerca di D’. 

Search Friends – olio su legno, 150x11x1,5 cm

Quest’opera immortala alcuni altri piccoli dettagli della nostra quotidianità virtuale: una finestra mediante la quale interagiamo tutti i giorni, la finestra del nostro profilo Facebook. Ho voluto immortalare questa finestra che oggi ci è tanto familiare ma che presto diventerà un piccolo ed insignificante dettaglio grafico di cui non rimarrà alcuna traccia. Dalla finestra emerge una notifica rossa che ci avverte che sul nostro profilo sono apparsi oltre 99 interazioni. Non compaiono tuttavia notifiche di richieste di amicizia, né di messaggi privati. Sembrerebbe quasi un profilo abbandonato: forse questa persona non ha amici nella vita reale? Nessuno lo cerca? Alcun utente delle liste di amici si è accorto della sua esistenza? È forse morto? Quando un utente decede, spesso il suo profilo FB sopravvive, continua a rimanere aperto e visibile, come un diario pubblico.

Search Myself – olio su legno, 72x12x1,5 cm

Questa è finestra d’interfaccia pone l’accento su come sempre più l’essere umano si relazioni con se stesso mediante l’uso di dispositivi elettronici. 

Like – acrilico su legno, 31,5×29 cm

Una delle icone entrate a far parte della nostra quotidianità è indubbiamente quella del like, il famoso click dei social network mediante il quale esprimiamo il nostro parere positivo, la nostra approvazione ad un determinato post, articolo, video o immagine. In quest’opera su tavola è scritta la cifra 5775, anno ebraico che corrisponde all’anno civile 2015. 5775 è un numero palindromo, ossia che può essere letto in entrambe le direzioni. È un modo simpatico di rallegrarsi di questi 5775 anni di storia, di cliccare un “mi piace” per ogni anno della nostra storia collettiva.

Emoticons – olio su tela, 20×20 cm (x2)

Emoticons è una parola che risulta dalla fusione di due vocaboli: emotion, “emozione” e icons, “icone”. Sono nate alcuni secoli fa ma soltanto negli ultimi anni sono diventate uno strumento inalienabile della comunicazione digitale. In effetti esse nascono per colmare una carenza: il linguaggio scritto, quando non è accompagnato dal linguaggio non-verbale, è monco e insufficiente, e può facilmente dare adito a malintesi e fraintendimenti. Le emoticons utilizzano i segni grafici della scrittura, come punti, virgole e trattini, per comporre in modo stilizzato espressioni del volto, emozioni, stati d’animo. 

In quest’opera due punti e una parentesi diventano l’estrema astrazione di due sentimenti contrastanti: gioia e tristezza.